Ucciso dal precariato. “Generazione perduta”, disse Mario Monti Michele si è suicidato a trentanni, stanco di una vita da incubo. E' ora di chiedere il conto a tutti i politici che ci hanno privati della dignità.

Il precariato uccide. Siamo nel 2017, ma sembra di vivere nel 1917.

Ormai i contratti di lavoro sono anche a giornata, se va bene, altrimenti niente. Per non parlare del trattamento e i ricatti che i lavoratori sono costretti a subire: ore di lavoro non retribuite, maltrattamenti, umiliazioni, richieste sempre più pressanti di velocità e misere retribuzioni.

Michele non ce l’ha fatta a sopravvivere così.

Continuare a lottare, ma sentire sempre tanti NO, alla fine sfiacca, fa ammalare e porta alla morte, è naturale. Voglia a dire che il lavoro non c’è, la vita diventa veramente un incubo, quella di un prigioniero condannato a morte. Ma se il lavoro non c’è o se c’è è schiavitù legalizzata dallo Stato, allora bisogna cercare i colpevoli. La condizione di persecuzione in cui molte persone si trovano a vivere può diventare insopportabile, soprattutto per le anime gentili, che hanno bisogno di gentilezza e oggi non ne trovano da nessuna parte.

Il tipo di disagio è stato scientificamente codificato dal medico e biologo francese prof. Henry Laborit, si chiama “sindrome di inibizione dell’azione”. Capita che, quando un essere vivente è impedito nell’interazione con l’ambiente e non può fare niente per sfogarsi e cambiare la situazione, si ammala di malattie psicosomatiche anche fino ad arrivare alla morte per malattia fisiologica o per suicidio.


INSERTO PROMOZIONALE


La situazione economica e sociale è gravissima.

E’ necessario ripristinare diritti e tutele, non è accettabile vivere in questo modo. Ha ragione Michele, ci dispiace moltissimo per la sua perdita, non è giusto dover leggere di tanta sofferenza mentre c’è chi accumula, sfruttando il lavoro altrui (attuale e passato), montagne di soldi. Dovrebbe essere fissato un tetto massimo di ricchezza possedibile, perché l’avidità di politici e mostrusi “imprenditori” ci sta uccidendo.

Qui di seguito la lettera di Michele, morto per istigazione al suicidio nel 2017, riportiamo il testo pubblicato sul MessaggeroVeneto per volontà dei genitori1)La lettera di Michele prima del suicidio, la madre: “Di lui ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema che ringraziamo per aver condiviso con tutti noi quella che è una vera e propria denuncia sociale e che dovrebbe togliere il sonno ai politici e pubblici amministratori che hanno creato questa situazione mostruosa:

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

MICHELE 31.01.2017

Un saluto e un abbraccio a Michele e ai suoi genitori

ringraziandoli per la pubblicazione della lettera/denuncia.

Un abbraccio anche a tutti coloro che si trovano in situazione analoga a quella di Michele e un appello a che non si arrendano,

perché è quello che vogliono i politici e i loro mandanti. Non pensiate che gli procurerete disagio, ma solo gioia, perché sanno quello che fanno e sono mostri di cattiveria.

PRESENTARE IL CONTO

Quello che dobbiamo fare è presentare il conto a chi ci ha ridotti in questa situazione. A chi ha parlato di “generazione perduta” (ad esempio, ricordiamo Mario Monti), a chi ha attuato una politica di emarginazione ed esclusione e a chi ci ha imposto di fare vita migrante e instabile (ad esempio, ricordiamo Laura Boldrini), perché questi, di fatto, sono suicidi per istigazione.

IL MOBBING SOCIALE DEI GIORNALI

E non dimentichiamo il mobbing sociale dei giornali che, per anni, hanno sfornato articoli sfottendo chi cercava, magari, di fare resistenza, non accettando qualsiasi “merda di lavoro neoschiavista” – leggi “La bufala giornalistica del buon lavoro rifiutato” – perché anche loro sono responsabili e complici di istigazione al sucidio.

E quello che dice Michele è vero: se non ci muoviamo il futuro che ci attende sarà un inferno.

Bibliografia e riferimenti   [ + ]

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