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Il “Discorso sulla dignità dell’uomo” di Pico della Mirandola di cosa parla ?

La dignità dell’uomo non riguarda i diritti umani: per Pico l’uomo può degradarsi alla condizione della bestia o elevarsi verso il divino, partecipando alla propria formazione. E attraverso la conoscenza può arrivare persino a operare sulle forze nascoste della natura
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Di Sara Palazzotti / 30 Agosto 2026 / RagionVeduta.it

Il Discorso sulla dignità dell’uomo di Giovanni Pico della Mirandola è uno di quei testi che vengono citati molto più spesso di quanto vengano letti e pochi sanno in realtà di cosa parla.

Il titolo postumo e non scelto dall'autore è poco adatto a descrivere il contenuto del testo, soprattutto per la sensibilità contemporanea, tanto da suggerire immediatamente un contenuto: la difesa della dignità della persona, dell’uguaglianza degli uomini, forse addirittura una precoce formulazione dei diritti umani.

Ma il testo non parla di questo.

Pico non sta anticipando la Dichiarazione universale dei diritti umani e non sta costruendo una teoria dei diritti individuali. Non discute di libertà politica, uguaglianza giuridica, tutela della persona nei confronti dello Stato o riconoscimento di diritti fondamentali.

La sua domanda è completamente diversa e coerente con il contesto filosofico e religioso del Rinascimento: che cos’è l’uomo e quale posto occupa nell’ordine del cosmo?

Ed è proprio la risposta di Pico a essere piuttosto provocatoria per i tempi, ma forse ancora oggi e perciò poco esplicitato per le masse.

PERCHÉ PICO SCRISSE QUESTO TESTO?

Questa è probabilmente la parte che più spesso scompare quando l'Oratio viene presentata come un generico manifesto dell'Umanesimo.

Pico non aveva semplicemente deciso di scrivere un testo per spiegare quanto fosse importante la dignità umana.

Il testo è legato a un progetto molto più vasto.

Nel 1486 Pico aveva preparato 900 Conclusioni filosofiche, cabalistiche e teologiche che intendeva discutere pubblicamente a Roma davanti ai dotti del suo tempo.

Aveva poco più di vent'anni. Il progetto era enorme: mettere a confronto differenti scuole filosofiche e tradizioni sapienziali e mostrare la possibilità di individuare concordanze profonde tra dottrine apparentemente incompatibili.

L'Oratio doveva servire come discorso introduttivo alla grande disputa.

Questa disputa non si tenne.

Una commissione pontificia esaminò le Conclusiones e concentrò le proprie contestazioni su tredici proposizioni: sette furono condannate e altre sei giudicate sospette. Dopo la successiva Apologia di Pico, il Papa Innocenzo VIII intervenne contro l'intera raccolta.

Quindi quello che oggi leggiamo autonomamente come Discorso sulla dignità dell'uomo apparteneva originariamente a un'impresa filosofica molto più vasta.

NON È UN TRATTATO SUI DIRITTI UMANI

Per capire l’Oratio bisogna momentaneamente dimenticare il significato che attribuiamo oggi alla parola “dignità”.

Quando oggi parliamo di dignità umana, pensiamo generalmente a qualcosa che riguarda i diritti umani e da cui derivano conseguenze morali, politiche e giuridiche: nessuno può essere trattato come una cosa, torturato, discriminato o privato arbitrariamente dei propri diritti fondamentali.

Ma il titolo dell'opera, peraltro postumo a Pico, è abbastanza ingannevole. Il tema del trattato è più che altro metafisico.

L’uomo, secondo Pico della Mirandola, è una creatura particolare perché, a differenza delle altre creature, non sarebbe stato confinato da Dio entro una forma espressiva statica e ha cognizioni che potenzialmente possono permettergli di autorealizzarsi, cambiare status.

Dio ha creato l’universo ordinandolo secondo differenti livelli dell’essere. Esistono realtà inferiori e superiori, corporee e spirituali. Ogni creatura possiede caratteristiche determinate e occupa il proprio posto nell’ordine cosmico.

Ma rimane da creare qualcuno capace di comprendere e contemplare questa opera. Questo è il cuore dell’Oratio.

L’UOMO PUÒ DIVENTARE CIÒ CHE SCEGLIE DI ESSERE

Nel passaggio più famoso del testo, Pico fa parlare Dio rivolgendosi ad Adamo.

Il senso del discorso è questo: agli altri esseri è stata assegnata una natura delimitata da leggi precise; l’uomo, invece, non è racchiuso entro confini altrettanto rigidi e può determinare la propria natura attraverso la propria volontà.

È un'affermazione molto più radicale di un generico elogio dell’essere umano.

L’uomo non è grande semplicemente perché è uomo.

È grande perché è indeterminato.

Può trasformarsi.

Pico immagina la realtà come una gerarchia. In basso troviamo le forme inferiori dell’esistenza; salendo incontriamo livelli sempre più elevati fino alle realtà spirituali e divine.

L’uomo si trova in una posizione particolare perché può muoversi, per così dire, lungo questa scala.

Può abbassarsi.

Può elevarsi.

Può diventare simile alle bestie oppure avvicinarsi agli esseri angelici.

La dignità dell’uomo consiste quindi soprattutto nella sua possibilità di trasformazione.

PICO PARLA DI “SEMI”

Per spiegare questa idea Pico utilizza una metafora molto efficace.

Dio avrebbe posto nell’uomo semi di ogni genere.

Ciò che l'uomo coltiverà crescerà e produrrà i suoi frutti. Se coltiverà esclusivamente la dimensione vegetativa, vivrà a un livello paragonabile alle piante. Se prevarrà la sensibilità, si avvicinerà agli animali. Se svilupperà la ragione, si eleverà verso una condizione celeste. Se si rivolgerà alla dimensione intellettuale e spirituale, potrà avvicinarsi ulteriormente al divino.

Quando pensiamo a dignità, non siamo quindi davanti alla moderna affermazione:

“Ogni essere umano possiede dei diritti.”

Il ragionamento di Pico è piuttosto:

“L'essere umano non è completamente determinato e può concorrere alla costruzione di ciò che diventerà.”

La differenza è enorme.

ALLORA PICO DICE CHE POSSIAMO ESSERE QUALSIASI COSA?

Non esattamente. Pico non sta scrivendo un manuale motivazionale sull'autorealizzazione. Non sostiene che qualsiasi scelta individuale sia positiva semplicemente perché liberamente compiuta.

Il suo universo possiede una gerarchia precisa. Ci sono modi di vivere che abbassano l'uomo e modi che lo elevano. La libertà è dunque una possibilità vertiginosa proprio perché può essere utilizzata nelle due direzioni. L'uomo può diventare migliore della propria condizione attuale, ma può anche degradarsi.

Per Pico la libertà non elimina un ordine del bene.

Permette all'uomo di orientarsi all'interno di quell'ordine.

Filosofia e esoterismo di Pico della Mirandola

Chi conosce l'Oratio soltanto attraverso qualche citazione potrebbe aspettarsi che Pico continui per tutto il testo a parlare della grandezza dell'uomo.

Non è così.

Il discorso prende una direzione che sorprende molti lettori contemporanei.

Pico parla della purificazione dell'anima, della filosofia morale, della dialettica, della filosofia naturale e della teologia. Richiama Pitagora, Platone, Aristotele e numerose tradizioni filosofiche.

Il punto diventa progressivamente il cammino attraverso il quale l'uomo può elevarsi verso la conoscenza.

La filosofia non è quindi presentata semplicemente come esercizio intellettuale. È uno strumento di trasformazione. L'uomo possiede la possibilità di elevarsi, ma deve intraprendere un percorso.

Qui starebbe la dignità dell'uomo prendere una via evolutiva di crescita-

I temi del libro FILOSOFIA, TEOLOGIA, CABALA E MAGIA

Ed eccoci alla parte che raramente compare nelle citazioni celebrative di Pico e che gli creò gravi problemi con la Chiesa Cattolica.

L'universo intellettuale nel quale nasce l'Oratio comprende anche temi che oggi definiremmo esoterici e perciò contestati dalle gerarchie cattoliche.

Pico studia la Cabala ebraica, che interpreta in chiave cristiana; si interessa alla magia naturale; cerca concordanze tra Platone e Aristotele; utilizza fonti greche, latine, arabe ed ebraiche.

Non considera necessariamente queste discipline come compartimenti separati.

Il suo progetto mira a ricomporre il sapere, ha un approccio sincretico.

Per questo l'immagine di Pico come semplice teorico rinascimentale dei “diritti dell'uomo” non è soltanto anacronistica: ci impedisce di vedere il personaggio storico reale.

Il vero Pico è molto più strano e molto più interessante.

La “magia” di Pico della Mirandola e il mago

C'è una parte del Discorso sulla dignità dell'uomo che raramente viene ricordata quando il testo viene presentato come manifesto dell'Umanesimo: Pico parla esplicitamente anche della magia.

Nel pensiero rinascimentale, la magia naturalis era concepita come conoscenza delle forze, delle proprietà e delle corrispondenze nascoste della natura.

Pico distingue infatti due magie. La prima è quella fondata sull'intervento dei demoni, che considera illecita. La seconda è invece la magia naturale: una conoscenza delle forze e delle corrispondenze presenti nella natura, che esalta e legittima.

Questa seconda magia, scrive Pico, è «la suprema realizzazione della filosofia naturale».

Il mago naturale

Il mago di Pico non pretende di sospendere le leggi naturali e non crea qualcosa dal nulla. Al contrario, può operare proprio perché conosce più profondamente la natura.

Pico descrive infatti un universo attraversato da affinità e corrispondenze. Le cose non sono realtà completamente isolate (qui ci vengono in mente e moderne teorie della fisica quantistica): tra i differenti livelli del cosmo esistono legami che il filosofo naturale può riconoscere e che il mago può mettere in azione.

Per spiegare questa funzione Pico ricorre nell'Oratio a un'immagine estremamente concreta: l'agricoltore.

Come il contadino unisce la vite all'olmo attraverso l'innesto, il mago mette in relazione le realtà terrestri con quelle superiori. La magia diventa così un'arte delle connessioni.

Il mago di Pico non chiede necessariamente un miracolo: conosce le forze che Dio ha già posto nella natura e impara a operare attraverso di esse. Dio resta il creatore dell'ordine; l'uomo diventa interprete e operatore di quell'ordine.

PERCHÉ ALLORA LO CHIAMIAMO “DISCORSO SULLA DIGNITÀ DELL’UOMO”?

Pico non lo pubblicò personalmente con il titolo che tutti abbiamo in mente. L'Oratio fu pubblicata postuma nel 1496 dal nipote Gianfrancesco Pico e la storia del titolo De hominis dignitate è legata alla successiva tradizione editoriale.

Questo particolare non è secondario. Se prendiamo in mano un testo chiamato Discorso sulla dignità dell'uomo, inevitabilmente crederemo che il testo contenga una qualche teoria dei diritti umani.

Se invece lo leggiamo, scopriamo che parla d'altro.

CONCLUSIONE

Non è corretto trasformare Giovanni Pico della Mirandola retrospettivamente in un teorico quattrocentesco dei diritti umani.

Il Pico storico crede in Dio e negli angeli, studia Platone e Aristotele, legge testi cabalistici, difende una forma di magia naturale, cerca una concordia tra tradizioni filosofiche differenti e progetta una gigantesca disputa pubblica su novecento tesi, poi giudicate eretiche dal Papa e mai discusse.

Il significato di dignità è che l'uomo può elevarsi dallo stato di bestia (come già diceva Dante Alighieri) non riceve semplicemente una forma, ma partecipa alla propria formazione e ha attributi superiori alle altre creature, incluse capacità magiche.

Il celebre testo di Pico, letto realmente anziché semplicemente citato, risulta quindi meno civico di quanto spesso si racconti e più che altro esoterico e metafisico.

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