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8 Marzo, il grande fallimento

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Di Sara Palazzotti / 8 Marzo 2026 / RagionVeduta.it

L’8 marzo nasce come giornata di rivendicazione sociale. Nella sua origine storica è legato alle lotte delle lavoratrici per condizioni di lavoro dignitose, salari equi e diritti civili. Nel corso del Novecento la ricorrenza è stata progressivamente istituzionalizzata, fino a diventare una celebrazione pubblica promossa da governi, amministrazioni e organizzazioni internazionali.

Oggi però il significato della giornata appare profondamente ambiguo. Proprio le istituzioni che organizzano convegni, campagne e comunicati celebrativi sono spesso le stesse che riproducono le disuguaglianze di cui dichiarano di voler essere il rimedio.

Il primo elemento critico riguarda la distanza tra retorica e realtà. Il linguaggio pubblico insiste da anni sul tema del “gender gap”: differenze salariali, accesso alle carriere, rappresentanza politica. Tuttavia molte politiche concrete restano lente, incomplete o contraddittorie. L’impressione diffusa è che la narrazione sulla disparità di genere sia diventata una formula burocratica ripetuta ogni anno, più che un processo di trasformazione reale.

Un secondo paradosso riguarda la provenienza sociale delle voci più ascoltate. Gran parte del discorso pubblico sull’8 marzo è oggi dominato da figure appartenenti a classi professionali protette: dirigenti pubbliche, funzionarie, rappresentanti di organismi istituzionali o di organizzazioni finanziate con fondi pubblici.

Questo spostamento produce un cambiamento sostanziale. La festa che nacque come espressione del lavoro femminile industriale e popolare tende a essere reinterpretata da élite amministrative e culturali. Le priorità cambiano: si parla soprattutto di rappresentanza simbolica, linguaggio inclusivo, leadership femminile. Temi legittimi, ma spesso lontani dai problemi materiali delle donne con redditi bassi o lavori precari.

Il risultato è una frattura interna allo stesso universo femminile. Le disuguaglianze per le #donne non riguardano soltanto il genere ma anche la posizione sociale. Una dirigente pubblica e una lavoratrice precaria condividono il fatto di essere donne, ma vivono condizioni economiche e poteri reali radicalmente diversi.

In questo contesto emerge anche una percezione di “propaganda istituzionale”. Ogni anno si moltiplicano campagne, manifesti, conferenze, hashtag. Tuttavia l’impressione, per molti osservatori critici, è che il rito celebrativo serva anche a rafforzare l’immagine delle stesse strutture di potere che lo organizzano.

Il paradosso è evidente: la giornata nata come contestazione del sistema viene spesso gestita da quel sistema stesso.

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