L’etica è sempre sconfitta dalla legge di natura!
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Da secoli, gli esseri umani cercano di costruire un ordine che limiti la brutalità della natura. Dalla legge del taglione ai codici penali moderni, la storia giuridica è un tentativo continuo di arginare la violenza, di trasformare la giungla in società.

La storia giuridica umana è il tentativo di contenere la violenza naturale.
Gli uomini hanno provato a porre confini all’omicidio, allo stupro, al furto: limiti morali e giuridici per rendere possibile la convivenza senza violenza. Ma il progetto, per quanto nobile, si è sempre scontrato con la sua stessa fragilità intrinseca.
Ogni epoca, prima o poi, si è trovata a vedere i propri tribunali travolti dalla corruzione. L’interesse del più forte – come ricordava Trasimaco nel dialogo con Socrate, circa 2500 anni fa – prima o poi, prevale.
La legge, che avrebbe dovuto contenere il più forte, si perverte e torna alla natura, tramite la corruzione di coloro che la applicano e la controllano, che sono i più forti.
Così, l'aforisma che campeggia nei tribunali – “La legge è uguale per tutti” – assume il carattere orweliano di parodia distopica. Perché, nella realtà, accade proprio l'opposto e tutti sappiamo che la legge NON è uguale per tutti.
Questa degenerazione prevale a causa di una legge più solida di qualsiasi codice umano: la legge di natura. La giustizia umana nasce come difesa contro la forza, ma finisce per piegarsi ad essa.
Il sogno impossibile di Platone
Platone, osservando il disordine politico della sua epoca, aveva intuito che la giustizia non può essere amministrata da uomini comuni. Nella Repubblica, immagina una classe di “guardiani”, filosofi come giudici che vivono senza proprietà, senza famiglia, senza interessi personali. Le donne in comune, i figli non identificabili: un modo per spezzare alla radice il nepotismo, l’avidità e il desiderio di accumulo.
Era un progetto radicale, quasi monastico, che fu traslato nel clero cattolico (vedi altro articolo qui), voleva estirpare la corruzione rendendo il giudice simile a un santo. Del resto, lui stesso, in punto di morte, cedette e lasciò la sua scuola, non al suo allievo migliore, Aristotele, ma ad un suo nipote.
La legge di natura è invincibile
Ogni civiltà alterna fasi di ordine e di caos. Collegati, principalmente, a periodi di prosperità e di carestia. Quando la corruzione supera la soglia di sopportazione collettiva, arriva una sorta di “pulizia”, a volte violenta (come piace alla natura): una rivoluzione o una condanna esemplare.
Poi il ciclo ricomincia. Il problema non è la mancanza di leggi, ma la struttura stessa dell’essere umano e della natura di questo mondo che favorisce le persone che NON sono etiche. La giustizia nasce da un bisogno umano, ma la natura, che pure l'ha generata con l'uomo, è la stessa che la distrugge. L’etica tenta di disciplinare gli istinti, ma gli istinti primordiali trovano sempre un modo per riaffiorare e – sigh – sono vincenti, in natura.
Il Leviatano e la maschera della giustizia
Thomas Hobbes, nel Leviatano, descrive lo Stato come un mostro necessario: un potere assoluto che trattiene la violenza naturale attraverso la paura. Ma anche quel mostro, nel tempo, si corrompe. Quando crede di rappresentare la giustizia, spesso esercita soltanto la forza.
Il Leviatano nasce per difendere l’uomo da se stesso, ma finisce per perpetuare la logica che voleva domare, diventa strumento nelle mani dei peggiori aguzzini.
Il rischio è che la società, illudendosi di essere morale, diventi cieca alla propria brutalità.
Ne abbiamo già diversi esempi. I nazisti si consideravano morali (la banalità del male). Nietzsche condannava la pietà, come corruzione della legge di natura. Proprio perché essere etico, in effetti, ti rende fragile.
Natura contro etica
Ogni sistema di leggi, in fondo, è un compromesso con la natura. L’etica è il tentativo di superare la natura. La politica tenta di attuarla, ma la natura resta dominante. È una forza cieca, mira solo al suo mantenimento, che mette in crisi ogni forma di Stato e lo corrode dall’interno.
Il male non è un incidente, ma un principio strutturale del mondo sul cui senso si discute da migliaia di anni e del quale non possiamo negare l'esistenza, che proprio la natura manifesta, quando, ad esempio, premia lo stupratore con una maggiore probabilità di trasmettere la sua genetica alla prole inconsapevole, creata con la violenza. Molto frequente in natura e impunita.
Non è questione di religione o di morale; è un dato biologico.
Eppure, proprio da questa tensione nasce il pensiero critico: la constatazione che l’uomo non è soltanto natura, ma una coscienza che, in alcuni casi, ci riflette su e si pone domande.











